Roberto Vannacci ha scelto una nuova traiettoria: non rispondere più né a Giorgia Meloni né a Matteo Salvini, ma concentrare il fuoco su Forza Italia, diventata nelle ultime settimane il bersaglio privilegiato della sua comunicazione. Una mossa che non nasce dal caso, ma da una strategia precisa: colpire il partito percepito come più vulnerabile e più distante dal suo elettorato identitario, quello che rifiuta moderazione, europeismo e compromessi.
Il generale evita accuratamente lo scontro diretto con Meloni e Salvini, come se volesse sottrarsi al gioco della coalizione e posizionarsi su un piano autonomo, quasi “extra‑sistema”. Ma quando parla di Forza Italia, il tono cambia: accuse di ambiguità, di subalternità all’Europa, di essere il vero freno della destra. Un attacco che irrita gli azzurri, già impegnati a difendere il loro spazio politico dopo la scomparsa di Berlusconi e la leadership di Tajani.
La dinamica è chiara: Vannacci cerca un nemico comodo, un partito che non può permettersi lo scontro frontale e che rischia di perdere voti verso destra senza poter rispondere con la stessa aggressività. E così facendo, il generale manda un messaggio implicito anche agli altri due leader del centrodestra: io non gioco nel vostro recinto, gioco nel mio.
Per Meloni e Salvini, questa scelta è un problema doppio. Da un lato, Vannacci sottrae spazio mediatico e identitario; dall’altro, mina la tenuta della coalizione, colpendo proprio il partner più moderato, quello che garantisce equilibrio istituzionale e rapporti europei. Il risultato è un centrodestra sempre più sbilanciato, dove ogni attacco del generale produce onde lunghe e tensioni interne.
In sintesi: Vannacci non parla a Meloni e Salvini perché non vuole essere percepito come parte del loro schema. Parla contro Forza Italia perché vuole ridefinire il perimetro della destra. Ci riuscirà?

