Editoriale – Marcinelle, la tragedia che ci riguarda ancora
Marcinelle non è soltanto una pagina nera della storia europea: è una ferita che continua a pulsare, un monito che attraversa le generazioni. L’8 agosto 1956, nella miniera di Bois du Cazier, 262 uomini – di cui 136 italiani – morirono intrappolati in un inferno di fuoco e fumo. Una tragedia nata dall’incuria, dalla fretta produttiva, da un’idea distorta di progresso che sacrificava vite in nome del carbone.
Oggi, settant’anni dopo, Marcinelle parla ancora. Parla di lavoro che uccide quando è negato nella sua dignità. Parla di migrazioni forzate, di uomini che partivano con una valigia di cartone e un contratto che li consegnava a turni massacranti, a gallerie instabili, a un destino che non avevano scelto. Parla di un’Italia povera che esportava braccia e riceveva carbone, e di un’Europa che non aveva ancora imparato il valore della sicurezza, della tutela, della responsabilità.
Ricordare Marcinelle significa rifiutare ogni retorica. Non è un rito, non è un anniversario da calendario. È un impegno civile. Perché ogni volta che un lavoratore muore, in una fabbrica, in un cantiere, in un campo agricolo, la storia di Bois du Cazier si ripete. E allora la memoria non basta: serve vigilanza, serve cultura della prevenzione, serve la consapevolezza che il lavoro è vita e non può essere trattato come una variabile economica.
Marcinelle ci chiede di guardare negli occhi quelle vite spezzate e di dire, con onestà, che non abbiamo ancora finito di imparare. Ci chiede di costruire un’Europa che non dimentichi i suoi minatori, i suoi migranti, i suoi caduti. Ci chiede di essere all’altezza di quel sacrificio.
Perché la tragedia di Marcinelle non appartiene al passato: appartiene alla nostra coscienza.
E.C,

