Il silenzio che ascolta: Mattarella e la città che si raccoglie attorno alle sue parole

 

Pordenone aveva ancora addosso il ritmo lento delle ultime presentazioni quando, al tramonto, la piazza si è fatta improvvisamente più attenta. Non è stato un cambio di luce, ma di postura: la comunità si è stretta, come quando arriva qualcuno che non parla per riempire l’aria, ma per darle un senso. Sergio Mattarella è entrato così, con quella misura che non chiede spazio e finisce per prenderselo tutto.

Il Presidente ha attraversato pordenonelegge come si attraversa una casa abitata: riconoscendo le voci, le storie, le inquietudini. Ha parlato di dissenso, e il pubblico ha ascoltato come si ascolta una verità che si conosce già ma che nessuno dice abbastanza spesso. “La libertà è un esercizio quotidiano”, ha ricordato, e in quel momento il festival è sembrato un laboratorio vivo, un luogo dove il pensiero non è un gesto solitario ma un atto condiviso.

Poi la parità di genere, trattata non come un capitolo di programma ma come una condizione morale. Mattarella l’ha evocata con la semplicità delle cose che non hanno bisogno di essere spiegate: una democrazia che non include non cresce, non respira, non si regge.

Il passaggio più atteso è arrivato quasi in punta di piedi: Electrolux. Nessuna retorica, nessuna promessa. Solo la consapevolezza che il lavoro non è un tema, ma una vita. Il Presidente ha parlato dei lavoratori come si parla di persone che si conoscono, ricordando che una Repubblica è tale solo se non lascia indietro nessuno. La piazza, in quel momento, non era più un pubblico: era una comunità che si riconosceva.

La chiusura è stata un invito, più che un monito: custodire la cultura, difendere i diritti, sostenere chi vacilla. Un discorso che non ha chiuso il festival, ma lo ha rilanciato verso ciò che viene dopo, con la delicatezza di chi sa che la democrazia vive anche nelle parole che scegliamo ogni giorno.

 

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