Aveva tutto: passaporto diplomatico, accredito FIFA, titolo di miglior arbitro d’Africa. Eppure Omar Abdulkadir Artan, somalo, è stato respinto a Miami per “problemi di verifica”.
La verità è un’altra: la Somalia è tra i Paesi colpiti dal travel ban trumpiano. E il merito, davanti alla paranoia, non conta nulla.
Non è un episodio isolato: visti concessi all’ultimo minuto, giocatori bloccati negli aeroporti, squadre decimate. Ma rimandare indietro l’arbitro più prestigioso del continente resta il simbolo più clamoroso di un Mondiale che predica inclusione e pratica esclusione.
La FIFA si chiama fuori, si lava le mani e incassa. Se a respingere un arbitro americano fosse stato un altro Paese, sarebbe scoppiato un caso diplomatico.
Quando lo fanno gli Stati Uniti, cala il silenzio.
A Artan resta solo il torto di essere nato nel posto “sbagliato”. A noi, l’obbligo di non far finta che sia normale.

