La scena è di quelle che meritano il biglietto: una mozione presentata con orgoglio dalla Lega, a sostegno della manifestazione dei sindaci leghisti lombardi a Bruxelles. Fin qui, tutto lineare. Poi, però, il copione prende una piega degna della migliore commedia politica: il Carroccio, con passo felpato, chiede una mano alla sinistra. Non apertamente, certo. Più un “se ci foste, non sarebbe male”, detto con la voce di chi non vuole farsi sentire ma spera di essere ascoltato.
La sinistra risponde con una dichiarazione di voto calibrata al millimetro: un equilibrio tra distanza e disponibilità, come chi dice “non è proprio il mio genere, ma posso restare fino all’intervallo”. Una posizione da acrobati, utile quando la corda è sottile e sotto non c’è rete.
Arriva il momento del voto. Prima si alza una mano, poi si alza la rappresentante del PD – ma per uscire dall’aula. E non da sola: la accompagna un esponente della civica, assessore. Una ritirata elegante, di quelle che non si spiegano, si interpretano. Il risultato è un capolavoro di ambiguità costruttiva: l’accordo non c’è, ma l’intesa sì. Invisibile, non dichiarata, ma percepibile come un profumo che resta nell’aria.
La politica, a volte, è un’arte sottile: si dice no, si fa sì, si esce ma si resta, si vota ma non troppo. E questa mozione diventa il perfetto esempio di come, quando serve, anche la corda più tesa può trasformarsi in un ponte improvvisato.
Indovinello finale:
Chi è che dice di non aiutare, aiuta; chi è che esce dall’aula, resta; e chi è che presenta la mozione, non la vota da solo?
ZOE

