Ci sono luoghi in cui il silenzio non è mai neutrale. La forra del Vajont è uno di questi. Ogni decisione che la riguarda dovrebbe essere accompagnata da una consapevolezza profonda, quasi sacrale, perché lì non si parla soltanto di acqua, rocce e portate: si parla di memoria, responsabilità e di un confine etico che non può essere oltrepassato con leggerezza.
Per questo colpisce — e non poco — il silenzio del Comune di Longarone e della Provincia di Belluno di fronte all’avvio dell’istruttoria sulla nuova centralina idroelettrica. La Regione Veneto ha chiesto osservazioni, ha ricordato che il cantiere ricadrebbe anche in territorio longaronese, ha aperto una fase formale di valutazione. Eppure, nessuna risposta. Nessun rilievo. Nessuna voce. Come se il Vajont fosse un tema ordinario, un dossier tecnico tra tanti, e non il luogo che ha segnato per sempre la storia d’Italia.
A parlare, invece, sono gli enti del Friuli Venezia Giulia, che sollevano questioni pesanti: l’area è classificata a pericolosità geologica molto elevata, P4, il livello massimo. L’Arpa Fvg chiede integrazioni su impatti ambientali, qualità delle acque, paesaggio, perfino sulla drastica riduzione della cascata che oggi scende dalla galleria della diga. Il Comune di Erto e Casso ricorda che lì ci sono i “Giardini della memoria”, un’area dove il piano regolatore consente solo attività di visita, osservazione e ricerca. Non certo cantieri.
È paradossale che a difendere la memoria del Vajont siano, per ora, solo gli enti della regione confinante. Non perché manchi la competenza tecnica, ma perché manca — e questo è più grave — la percezione del valore simbolico del luogo. Il Vajont non è un terreno come gli altri. È un monito. È un limite. È la prova storica di cosa accade quando l’ingegneria ignora la geologia, quando l’interesse economico scavalca la prudenza, quando la politica tace.
Oggi nessuno sta dicendo che la centralina sia per forza incompatibile. Ma è evidente che un progetto del genere non può essere trattato come un atto amministrativo qualsiasi. Richiede trasparenza, partecipazione, cautela estrema. Richiede che Longarone e Belluno parlino, si assumano la responsabilità di una posizione, dicano se ritengono accettabile intervenire in un’area che porta ancora addosso le cicatrici del 1963.
Il Vajont non sopporta la superficialità. E non sopporta il silenzio. Perché il silenzio, in certi luoghi, pesa più delle carte. E rischia di diventare, ancora una volta, una forma di rinuncia alla responsabilità.
Il direttore
Enzo Cattaruzzi

