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L’8 marzo rischia spesso di scivolare nella retorica delle ricorrenze, tra mimose e frasi fatte. Eppure, ogni anno, questa data ci chiede molto di più: ci chiede di guardare in faccia la realtà. Una realtà in cui le donne continuano a pagare il prezzo più alto della violenza domestica, della disparità salariale, della precarietà lavorativa, della fatica invisibile della cura.
La Festa della Donna non è un omaggio, è un promemoria. È la memoria delle conquiste ottenute e delle battaglie ancora aperte. È la voce di chi non ha potuto parlare, di chi ha resistito, di chi resiste ancora.
Celebrare l’8 marzo significa scegliere da che parte stare: dalla parte dei diritti, della dignità, della libertà. Significa trasformare la gratitudine in responsabilità, i fiori in impegno, le parole in azioni.
Perché una società che non garantisce piena parità non è solo ingiusta: è più debole, più povera, più fragile. E la forza di una comunità si misura anche da quanto sa proteggere e valorizzare chi la tiene in piedi ogni giorno, spesso senza riconoscimento.
L’8 marzo non è una festa. È un invito. A cambiare. A cambiare davvero.
Enzo Cattaruzzi

