La riconferma di Matteo Salvini alla guida della Lega arriva con un messaggio politico che segna una discontinuità evidente rispetto alla postura del governo. Nel suo intervento conclusivo, il leader rilancia una linea più identitaria e sovranista, scandendo lo slogan che ha fatto sobbalzare Palazzo Chigi: «Basta aiuti a Kyiv». Una presa di posizione che, pur non nuova nei toni, assume ora il peso di un mandato congressuale.
Il segretario rivendica la necessità di “rivedere la strategia italiana sulla guerra”, mentre nel partito si rafforza l’ala che chiede di riallacciare i fili con l’elettorato del 2018–2019, quello del 34% alle Europee. Ma la svolta non è indolore. Giorgia Meloni osserva con preoccupazione: il governo ha finora mantenuto una linea di sostegno all’Ucraina in sintonia con Bruxelles e Washington, e un cambio di passo della Lega rischia di incrinare l’equilibrio della maggioranza.
A complicare il quadro c’è anche Giancarlo Giorgetti, che da ministro dell’Economia ha sempre difeso la necessità di una postura euro-atlantica responsabile. Le sue posizioni, più istituzionali, appaiono ora distanti dal nuovo corso salviniano, alimentando la percezione di una frattura interna che potrebbe allargarsi.
Il congresso consegna dunque un partito più compatto attorno al suo leader, ma anche un centrodestra attraversato da tensioni crescenti. Salvini prova a riprendersi la scena con una linea muscolare; Meloni e Giorgetti, invece, temono che la virata possa indebolire l’immagine internazionale dell’Italia e complicare i dossier più delicati in Europa.
ZOE

