L’intervento diretto del presidente Trump nelle dinamiche FIFA ha un effetto immediato: sposta il Mondiale fuori dal perimetro sportivo e lo trascina nel teatro della geopolitica. Quando il capo della Casa Bianca entra a gamba tesa su decisioni che dovrebbero restare nelle mani dell’organismo calcistico internazionale, l’immagine complessiva dell’evento ne esce indebolita. Non perché la politica non abbia sempre orbitato attorno al calcio, ma perché qui il protagonismo istituzionale diventa plateale, personalistico, quasi performativo.
Secondo diversi osservatori, questo tipo di intervento rischia di minare la neutralità sportiva, già messa alla prova da anni di tensioni tra business, governance e pressioni internazionali. La FIFA, nel momento in cui subisce o accetta interferenze così visibili, appare esposta: o debole, o compiacente. In entrambi i casi, il Mondiale perde quella aura di universalità che dovrebbe proteggerlo dalle contese politiche.
Il risultato è un paradosso: un evento globale che dovrebbe unire, trasformato in un palcoscenico dove si misurano potenze, narrazioni nazionali e leadership in cerca di visibilità. Ed è qui che nasce la sensazione di ridicolo: non nel Mondiale in sé, ma nel modo in cui viene usato come strumento di propaganda politica.

