Editoriale – Udine ferita: la protesta tradita dalla violenza
La sera del 14 ottobre, Udine ha vissuto una pagina dolorosa della sua storia recente. La manifestazione pro-Palestina, organizzata in concomitanza con la partita Italia-Israele, avrebbe potuto essere un momento di espressione civile, di dissenso legittimo e di riflessione collettiva. Invece, si è trasformata in un teatro di scontri, tensioni e ferite.
I numeri parlano chiaro: due giornalisti colpiti, dieci agenti contusi, una ventina di persone fermate. Petardi, bottiglie, transenne lanciate contro le forze dell’ordine, che hanno risposto con cariche, lacrimogeni e idranti. Il centro cittadino, da piazza Primo Maggio allo stadio Friuli, è stato attraversato da scene che nulla hanno a che vedere con il diritto alla protesta.
Condannare questi episodi non significa negare le ragioni di chi manifesta. Significa affermare che la violenza, in ogni sua forma, tradisce il senso stesso del dissenso. Udine, città di cultura, dialogo e memoria, non può accettare che il confronto degeneri in aggressione, che la piazza diventi campo di battaglia.
In mezzo al caos, alcuni gesti hanno cercato di restituire dignità alla città: la veglia al Castello, promossa dall’Arcivescovo, ha raccolto cittadini in preghiera per la pace e il rispetto di tutti i popoli. Un segnale che Udine non è solo ferita, ma anche capace di reagire con coscienza e responsabilità.
Ora serve una riflessione profonda. Sulle modalità del dissenso, sul ruolo delle istituzioni, sulla tenuta democratica di una comunità. Perché il giorno dopo non sia solo tempo di bilanci, ma di scelte. E perché Udine possa tornare a essere ciò che è sempre stata: una città che ascolta, che accoglie, che costruisce.
Enzo Cattaruzzi

