9 maggio – Memoria di uno Stato ferito e di un uomo che aveva visto più lontano

 

Il 9 maggio l’Italia ricorda l’uccisione di Aldo Moro, rapito 55 giorni prima dalle Brigate Rosse e assassinato nel 1978. Il suo corpo, abbandonato in via Caetani, tra le sedi della DC e del PCI, divenne il simbolo di una ferita nazionale che non si è mai del tutto rimarginata. Ma ogni anniversario è anche l’occasione per tornare alla sua visione politica, spesso più attuale delle celebrazioni che la circondano.

Moro fu il principale architetto del centro-sinistra, il promotore del dialogo tra culture politiche diverse, il leader che comprese prima di altri che la democrazia italiana aveva bisogno di inclusione, non di steccati ideologici. La sua intuizione più audace – il “compromesso storico” e la collaborazione con il PCI di Berlinguer – gli costò ostilità, incomprensioni e, alla fine, la vita. Ma quella strategia, fondata sulla responsabilità nazionale, avrebbe potuto anticipare di decenni la normalizzazione del sistema politico.

Il sequestro e l’assassinio di Moro segnarono il punto più alto della violenza terroristica. Lo Stato reagì con fermezza, ma la sua morte lasciò un vuoto morale e politico che nessuno ha davvero colmato. Le sue lettere, la sua lucidità nel pieno della prigionia, la sua richiesta di salvare la vita di un uomo prima ancora che di un leader, restano documenti di umanità e di pensiero che interrogano ancora oggi.

Nel ricordarlo, il Paese non celebra solo una vittima del terrorismo, ma uno statista che aveva intuito la necessità di una democrazia più matura, più dialogante, più europea. La sua eredità è un invito a non temere il confronto, a costruire ponti, a mettere il bene comune sopra le convenienze di parte.

Aldo Moro continua a parlare all’Italia del presente. Sta a noi decidere se ascoltarlo davvero.

EC

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