Ci sono date che non chiedono celebrazioni, ma silenzio. Non applausi, ma coscienza. Il 27 gennaio è una di queste. Giorno della Memoria, sì. Ma anche giorno della responsabilità. Perché ricordare la Shoah non è un esercizio di retorica, è un atto civile. È scegliere da che parte stare, ogni giorno.
In un tempo in cui l’odio si traveste da opinione, in cui l’indifferenza si maschera da neutralità, ricordare significa resistere. Resistere alla banalizzazione del male, alla rimozione comoda, alla nostalgia per regimi che hanno fatto della disumanità un sistema.
Udine, come ogni città, ha le sue pietre d’inciampo. Non solo quelle fisiche, incastonate nel selciato. Ma quelle morali, che ci interrogano: cosa avremmo fatto noi? Avremmo avuto il coraggio di dire no? Di nascondere, proteggere, denunciare? O ci saremmo voltati dall’altra parte, troppo occupati, troppo spaventati, troppo “normali”?
Il Giorno della Memoria non è un rito per pochi. È un dovere per tutti. Per le scuole, che devono insegnare la storia senza edulcorarla. Per le istituzioni, che devono vigilare sulle parole che usano e sulle leggi che approvano. Per i cittadini, che devono riconoscere i segnali del presente: quando si alzano muri, si chiudono porti, si contano le differenze invece delle somiglianze.
Ricordare non basta. Bisogna scegliere. E scegliere, oggi come allora, significa stare dalla parte dell’umano. Dalla parte di chi fugge, di chi ha paura, di chi viene discriminato. Perché ogni volta che un diritto viene negato, ogni volta che un essere umano viene ridotto a numero, a problema, a minaccia, la storia ci guarda. E ci chiede conto.
Il Giorno della Memoria non è il passato. È il nostro specchio. E non possiamo permetterci di distogliere lo sguardo.
Enzo Cattaruzzi

