A Laipacco, nelle sere d’estate, l’aria dovrebbe essere leggera. Invece vibra di nervi tesi. Da settimane il quartiere vive con la sensazione di essere sotto assedio da parte di un uomo solo, un vandalo seriale che colpisce in silenzio, sempre kallo stesso modo: una bicicletta, un cappuccio, un sasso lanciato contro un’auto parcheggiata. Un gesto secco, quasi rituale, e poi la fuga.
L’ultimo episodio, avvenuto il 24 giugno, ha avuto il sapore della sfida. Poche ore prima, residenti, amministrazione e forze dell’ordine si erano riuniti per discutere proprio di lui, dello “Spaccatutto”, come ormai lo chiamano tutti. E mentre il quartiere cercava rassicurazioni, il vandalo ha risposto con un altro vetro in frantumi, in via Prasingel.
Il quartiere che non vuole più aspettare
Laipacco non è un luogo che si lamenta facilmente. È un pezzo di Udine che ha sempre fatto da sé, che ha costruito comunità prima ancora che case. Ma ora la misura è colma. Le telecamere private hanno ripreso più volte la stessa figura, sempre di spalle, sempre uguale. I residenti parlano di “paura”, “esasperazione”, “stanchezza”. E chiedono una cosa semplice: che qualcuno si prenda la responsabilità di fermarlo.
La politica entra in scena
Come spesso accade, quando la tensione sale, la politica arriva.
Fratelli d’Italia ha accusato la giunta di non aver fatto abbastanza. Il Pd, con il capogruppo Iacopo Cainero, ha risposto che le indagini sono in mano ai Carabinieri e che il Governo dovrebbe inviare rinforzi se davvero vuole dare un segnale.
L’assessora alla Sicurezza Rosi Toffano ha dichiarato di aver chiesto una misura cautelare per il presunto responsabile, individuato dai militari dell’Arma. Una mossa che vuole mostrare fermezza, ma che non placa del tutto la sensazione di vulnerabilità che si respira nel quartiere.
La città che osserva
Udine guarda Laipacco come si guarda un termometro: per capire se la febbre è locale o se indica qualcosa di più grande. Perché dietro un vandalo solitario si intravede un tema più ampio: la percezione di sicurezza, la fiducia nelle istituzioni, la capacità di una comunità di sentirsi protetta.
E così, mentre le pattuglie aumentano e i cittadini consegnano video e testimonianze, resta una domanda sospesa nell’aria:
quanto deve durare ancora questa caccia prima che la città possa tornare a respirare?
EGC
Foto Press

