Zoe – L’analisi politica-Nomine nelle partecipate: tra principio del merito e dinamiche del potere

 

Il governo ha più volte ribadito che le nomine ai vertici delle società partecipate dallo Stato sarebbero state guidate dal merito. Un impegno pubblico che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto segnare una discontinuità rispetto alle logiche del passato. La pubblicazione dell’elenco dei nuovi incarichi ha però riaperto un dibattito ampio, alimentato dalle ricostruzioni giornalistiche che hanno evidenziato per molti nominativi legami politici, rapporti personali o precedenti ruoli in strutture di partito e ministeriali.

Tra i casi più citati compaiono figure come Giuseppina Di Foggia, destinata alla presidenza di Eni e indicata come vicina ad Arianna Meloni; Francesco Macrì, dirigente di Fratelli d’Italia, alla guida di Leonardo; Paolo Scaroni e Stefano Cuzzilla, rispettivamente a Enel e Terna, segnalati da diverse testate come espressione dell’area di Forza Italia.
A Enav arriva Sandro Pappalardo, già assessore regionale e considerato vicino alla stessa area politica, mentre nel CdA entrano Antonella Ballone, Stella Mele e il consulente ministeriale Stefano Arcifa.
In Eni approdano Benedetta Fiorini ed Federica Seganti, entrambe con trascorsi politici; in Enel entra Alessandro Monteduro, capo di gabinetto del sottosegretario Mantovano.
Nel CdA di Leonardo figurano Trifone Altieri, Elena Vasco ed Enrica Giorgetti, mentre in Poste Italiane sono stati nominati i sindacalisti UGL Salvatore Muscarella e Francesco Scacchi, scelta che ha suscitato osservazioni nel mondo sindacale per la sproporzione tra rappresentatività e incarichi.

Il punto sollevato da molti osservatori non riguarda la legittimità delle nomine, ma la trasparenza dei criteri. In assenza di procedure pubbliche, short list o valutazioni comparative, risulta difficile comprendere quali competenze siano state considerate prioritarie e in che modo le scelte rispecchino l’obiettivo dichiarato di valorizzare il merito.

La domanda che attraversa il dibattito pubblico resta dunque aperta:
le designazioni rispondono ai criteri di competenza annunciati, oppure riflettono dinamiche di appartenenza politica e relazioni personali?

Una questione che tocca non solo la qualità della governance, ma anche la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

 

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