Possesso e smarrimento: l’Udinese che si guarda allo specchio
di Enzo Cattaruzzi
C’è una differenza sottile ma letale tra tenere palla e tenere la partita. L’Udinese, nella sconfitta casalinga contro il Bologna, ha scelto la prima. E ha perso entrambe.
Il 3-0 subito al Bluenergy Stadium non è solo un risultato pesante: è uno specchio che riflette una squadra in cerca di sé stessa, prigioniera di un’idea di gioco che non riesce a tradurre in concretezza. Il possesso palla, sbandierato come principio guida, si è rivelato sterile, prevedibile, quasi autoreferenziale. Come un’orchestra che suona a memoria, ma senza ascoltare il pubblico.
Il paradosso del modulo
Runjaic ha confermato il 3-5-1-1, affidandosi a Zaniolo tra le linee e a Davis come unico terminale offensivo. Ma la sinfonia si è interrotta presto: i quinti troppo alti, la difesa troppo esposta, il centrocampo troppo largo. Il Bologna, con un 4-2-3-1 scolpito nella disciplina, ha aspettato, letto, colpito. Due errori, due gol di Pobega. Il terzo, nel recupero, è stato solo la firma su una sentenza già scritta.
Un’identità da ritrovare
L’Udinese ha qualità, ma non ha ancora un’identità. Pressa a metà, costruisce senza verticalizzare, cambia poco e tardi. E soprattutto, non reagisce. Il rigore parato da Okoye nel primo tempo sembrava il segnale di una svolta. Invece è rimasto un episodio isolato, come una parentesi in un discorso che non cambia tono.
Bologna, lezione di concretezza
Dall’altra parte, il Bologna di Italiano ha dato una lezione di equilibrio e cinismo. Orsolini ha fatto il regista occulto, Pobega il finalizzatore spietato, Bernardeschi il sigillo di qualità. Niente fronzoli, solo efficacia. E una classifica che ora profuma d’Europa.
L’Udinese si guarda allo specchio. Ma l’immagine riflessa è sfocata. Serve più coraggio, più verticalità, più fame. Perché il possesso, da solo, non basta. E il pubblico friulano merita una squadra che non solo tenga il pallone, ma tenga anche il cuore della partita.
Foto Ansa

