Pensioni 2026: addio a Quota 103 e Opzione Donna. I giovani pagano il conto della rigidità
di Enzo Cattaruzzi
Dal 1° gennaio 2026, il sistema pensionistico italiano cambia volto. La Manovra approvata dal governo segna la fine di due strumenti che avevano rappresentato, seppur con limiti e revisioni, un tentativo di flessibilità: Quota 103 e Opzione Donna. Restano in piedi solo l’Ape Sociale e il Bonus Maroni, mentre per la maggioranza dei lavoratori si torna ai requisiti rigidi della Legge Fornero. A pagare il prezzo più alto saranno, ancora una volta, i giovani.
Fine delle quote, fine della flessibilità
Quota 103, introdotta nel 2023 e prorogata con modifiche fino al 2025, permetteva l’uscita anticipata con 62 anni di età e 41 di contributi. Era già stata penalizzata con il ricalcolo contributivo dell’assegno e l’assenza di adeguamenti all’inflazione. Ora, con la Manovra 2026, viene definitivamente archiviata.
Stessa sorte per Opzione Donna, che negli ultimi anni aveva subito restrizioni crescenti, limitandosi a poche categorie (caregiver, lavoratrici licenziate o invalide). Il governo ha deciso di non rifinanziarla, chiudendo così una delle poche vie di uscita anticipata per le donne con carriere discontinue.
Cosa resta: Ape Sociale e Bonus Maroni
L’unico strumento di prepensionamento confermato è l’Ape Sociale, riservata a chi svolge lavori gravosi o rientra in categorie fragili. Prorogato anche il Bonus Maroni, incentivo per chi rinuncia alla pensione anticipata e continua a lavorare, ma con un impatto limitato.
Il ritorno alla Fornero
Dal 2026, per andare in pensione serviranno:
• 67 anni di età e almeno 20 anni di contributi per la pensione di vecchiaia;
• 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini, 41 e 10 mesi per le donne, per la pensione anticipata.
Dal 2027, questi requisiti saranno soggetti a ulteriori aumenti legati all’aspettativa di vita.
I giovani: i grandi esclusi
Per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996, con carriere frammentate, contratti precari e contributi discontinui, il futuro pensionistico si fa sempre più incerto. L’assenza di strumenti flessibili e la rigidità dei requisiti rischiano di escludere intere generazioni dalla possibilità di un’uscita dignitosa dal lavoro.
Un’occasione mancata
Alcuni emendamenti, anche da parte della maggioranza, avevano tentato di reintrodurre Opzione Donna o di ampliare l’Ape Sociale. Ma sono stati dichiarati inammissibili per mancanza di coperture. La Manovra 2026, nel suo impianto, sembra così rinunciare a ogni visione di riforma strutturale, limitandosi a tagliare le opzioni più costose.
Una sfida per il futuro
Il dibattito sulle pensioni non può esaurirsi in una logica contabile. Serve una riflessione più ampia su equità generazionale, sostenibilità sociale e valorizzazione del lavoro. Perché un sistema che penalizza chi ha meno tutele oggi, rischia di minare la coesione di domani.

