A cento giorni dal calcio d’inizio, il Mondiale 2026 rischia di essere ricordato più per le tensioni globali che per il gioco. Il torneo “diffuso” tra Stati Uniti, Canada e Messico nasce come la più grande edizione di sempre, ma arriva in un clima internazionale incandescente. La nuova Guerra nel Golfo ha rimesso in discussione la partecipazione dell’Iran, mentre le politiche migratorie e commerciali di Washington alimentano l’ipotesi di un boicottaggio da parte di Danimarca, Svezia e perfino Germania, dove cresce l’idea che lo sport non possa più essere neutrale. A complicare il quadro c’è la questione Groenlandia, tornata al centro delle mire americane e capace di incendiare l’opinione pubblica scandinava. Sul fronte nordamericano, invece, pesano le frizioni tra Stati Uniti, Canada e Messico sulla gestione dei confini e della sicurezza. A tutto questo si aggiunge la minaccia terroristica, che costringe gli organizzatori a un innalzamento senza precedenti dei livelli di allerta. Sei fattori diversi, un’unica domanda: il mondo sarà pronto a fermarsi per il calcio?

