Privacy, che boomerang! Quando il Garante diventa un rimpianto

di Ermes Capelli

C’era una volta un Garante della Privacy, eletto con entusiasmo bipartisan durante il governo giallorosso. Pd e 5 Stelle lo avevano scelto con cura, come si fa con le bomboniere: elegante, istituzionale, apparentemente neutro. Poi è arrivata Report, e la bomboniera si è rivelata un vaso di Pandora.

Ora gli stessi partiti che lo avevano nominato lo vogliono rottamare. “Dimissioni subito!” gridano, come se il Garante fosse stato imposto da Marte e non votato da loro stessi. La premier Meloni, con l’aplomb di chi osserva il boomerang tornare al mittente, ha commentato: “Se non vi fidate delle persone che avete scelto, forse dovevate scegliere meglio.” Touché.

Nel frattempo, Agostino Ghiglia, eletto in quota FdI, viene accusato di gestire l’Autorità come fosse il circolo di partito. Ma il problema non è solo Ghiglia. È l’amnesia selettiva della politica, che oggi denuncia ciò che ieri ha applaudito.

La senatrice Bevilacqua (M5S) parla di “uso politico del Garante”. Curioso: quando lo hanno votato, non sembrava così politicizzato. Forse il Garante ha cambiato shampoo, o forse è cambiata la convenienza.

E così, l’Autorità che dovrebbe tutelare i nostri dati diventa una soap opera istituzionale. Con colpi di scena, amori finiti, e un pubblico sempre più confuso. Il cittadino, spettatore involontario, si chiede: ma se la Privacy è garantita da chi non garantisce più, a chi dobbiamo rivolgerci? Al garante del Garante?

Nel frattempo, il boomerang vola. E colpisce chi lo ha lanciato, con precisione chirurgica. Ironia della sorte, o solo karma parlamentare.

 

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