La distanza tra governo e mondo industriale non è più un’impressione: è un dato che emerge con chiarezza dalle ultime settimane. Le imprese, già provate da un contesto internazionale instabile, chiedono certezze e una rotta definita. Invece si trovano davanti a misure annunciate e poi riviste, cambi di passo improvvisi, una comunicazione politica che spesso precede – e talvolta sostituisce – la programmazione.
Il risultato è un clima di crescente diffidenza. Gli industriali temono che manchi una visione di medio periodo, soprattutto su fisco, lavoro e transizione energetica, tre ambiti che richiederebbero un patto solido e condiviso. Quando la fiducia si incrina, gli investimenti rallentano e il sistema produttivo si chiude in difesa.
Per un Paese che vive di manifattura ed export, questo scollamento non è un dettaglio: è un campanello d’allarme politico ed economico. Se non si ricostruisce un dialogo credibile, la frattura rischia di diventare strutturale, con conseguenze che andrebbero ben oltre il confronto tra governo e imprese.

