di Enzo Cattaruzzi
Nei piccoli Comuni italiani, essere sindaco non è solo un incarico politico: è una missione quotidiana, spesso solitaria, che impone di farsi carico di funzioni amministrative, tecniche e persino operative. In territori con poche centinaia di abitanti e organici ridotti all’osso, il primo cittadino diventa tutto: rappresentante istituzionale, responsabile unico del procedimento, firmatario di atti tecnici, referente per ogni emergenza.
La legge consente, nei Comuni sotto i 5.000 abitanti, che il sindaco assuma anche il ruolo di Rup. Ma questa possibilità, pensata per garantire continuità amministrativa, si traduce spesso in un carico sproporzionato di responsabilità. Una firma può diventare un’esposizione penale, anche quando l’atto è stato predisposto da altri uffici o da consulenti esterni. E quando scatta un’indagine, il sindaco è il primo a finire sotto i riflettori, anche se ha agito in buona fede e nell’interesse della comunità.
Il rischio è che questa pressione, unita alla cronica carenza di risorse e personale, disincentivi l’impegno civico e svuoti le istituzioni locali. Servono strumenti normativi più equi, supporto tecnico stabile e una rinnovata attenzione politica verso chi, nei territori più fragili, continua a garantire servizi essenziali e coesione sociale. Perché senza sindaci, non c’è presidio democratico. E senza presidio, i piccoli Comuni rischiano di spegnersi nel silenzio.

