Editoriale della settimana di Zoe

La sanità in FVG: tra eccellenze, disuguaglianze e il dovere di curare tutti

In Friuli Venezia Giulia, la sanità è da sempre un tema che tocca corde profonde: quelle della dignità, della giustizia sociale, del diritto alla cura. È un bene comune, un pilastro della nostra convivenza civile, ma anche uno specchio fedele delle nostre fragilità istituzionali. E oggi, più che mai, quel riflesso ci interroga.

Negli ultimi anni, la nostra regione ha vissuto una trasformazione profonda del proprio sistema sanitario. Accorpamenti, razionalizzazioni, tagli e riorganizzazioni hanno ridisegnato la mappa dell’assistenza. Alcune eccellenze resistono, come fari nella nebbia: reparti d’avanguardia, professionisti di straordinaria competenza, esperienze di medicina territoriale che fanno scuola. Ma accanto a queste luci, si allungano ombre preoccupanti.

Le liste d’attesa si allungano, i pronto soccorso scoppiano, i medici di base scarseggiano, e le aree interne – dalla Carnia alla Bassa friulana – si sentono sempre più lontane da un diritto alla salute che dovrebbe essere universale. La pandemia ha lasciato cicatrici profonde, ma ha anche mostrato quanto sia fragile un sistema che, per anni, ha subito tagli lineari e scelte miopi. E oggi, mentre si discute di nuove riforme, il rischio è che si continui a rincorrere l’efficienza a scapito dell’equità.

La sanità non è un’azienda. Non può essere governata solo con logiche di bilancio. È un patto di fiducia tra cittadini e istituzioni, un contratto morale che impone di garantire cure tempestive, accessibili, umane. E questo vale per tutti: per chi vive in città e per chi abita nei paesi di montagna; per chi può permettersi una visita privata e per chi no; per chi ha voce e per chi resta ai margini.

Udine, come capoluogo, ha una responsabilità in più. Non solo perché ospita strutture sanitarie di riferimento, ma perché può – e deve – farsi promotrice di un modello di sanità pubblica che metta al centro la persona, che ascolti i territori, che valorizzi il lavoro degli operatori sanitari, spesso lasciati soli a reggere il peso di un sistema in affanno.

Non servono solo nuove leggi, ma un nuovo sguardo. Serve il coraggio di investire nella medicina di prossimità, nella prevenzione, nella salute mentale, nell’integrazione socio-sanitaria. Serve una politica che non si limiti a gestire l’esistente, ma che immagini il futuro con visione e responsabilità.

Perché la sanità non è un capitolo di spesa: è la misura della civiltà di una comunità.

 

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